Parrocchia SS Redentore

Domenica 22 Settembre 2019

Subito dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù, rinviate le folle alle loro case, costringe i discepoli a salire sulla barca e a fare ritorno alla riva da cui erano partiti. Rimasto solo, sale sul monte, in disparte, a pregare, e venuta la sera è ancora là in preghiera solitaria. Secondo il quarto vangelo, dopo la moltiplicazione dei pani, quella gente in attesa di un liberatore politico che faccia regnare la giustizia e colmi tutti i poveri di cibo, vorrebbe proclamare Gesù Re Messia, ed è per questo che Gesù si ritira sul monte tutto solo (cf. Gv 6,14-15). Ecco dunque Gesù in solitudine e in preghiera, sulla montagna, luogo non abitato, dove trova silenzio e quiete, montagna che per la Bibbia è il luogo simbolico delle grandi rivelazioni di Dio, qui è luogo di solitudine e di preghiera.

Per noi la solitudine può essere buona o cattiva ma non possiamo dimenticare che essa è una dimensione essenziale della nostra vita, perché non è solo la verità più profonda che incontreremo nella morte ma resta una dimensione da cercare, da vivere per essere pienamente noi stessi nella libertà, per potere, in assenza di voci umane, ascoltare la voce di Dio che parla a ciascuno di noi nel cuore. Gesù nella solitudine è un’icona che dovremmo tenere più presente, proprio perché, nella sua umanità piena e assoluta, assunta nell’incarnazione, ha cercato nella solitudine la volontà del Padre, ha sentito e vissuto la propria vocazione messianica in un modo altro rispetto all’attesa dominante di un Messia potente e dominatore; ha lottato nella solitudine contro le tentazioni, vincendo Satana grazie all’unico sostegno della Parola di Dio, custodita, interpretata e pregata nel cuore. Nella solitudine Gesù si è preparato ad acconsentire alla logica della croce, al perdono dei suoi nemici, all’amare i suoi discepoli fino alla fine (cf. Gv 13,1). Ha vissuto almeno trent’anni di solitudine prima della sua missione pubblica, dunque la solitudine non è stata per lui luogo di assenza ma di presenza di Dio.
E la vera solitudine, per essere luogo della presenza, di Dio deve essere piena di preghiera. Ecco perché i vangeli testimoniano a più riprese che Gesù si ritirava in disparte per pregare. Ma cos’era la preghiera di Gesù? Innanzitutto, ascolto di Dio, del padre, l’“Abba” (Mc 14,36), come egli lo invocava, educato dall’ascolto delle sante Scritture del suo popolo. Gesù le leggeva, le meditava, le interpretava, le pregava, le contemplava, operazione che per lui, come per ogni essere umano, avveniva nel cuore, organo centrale in cui ciascuno può discernere la voce di Dio: senza questo passaggio della parola di Dio nel cuore umano, la Parola stessa non raggiunge l’uomo, dunque non può essere efficace. In questa sosta sulla montagna, dopo il segno-miracolo della moltiplicazione dei pani e dopo aver ricevuto “l’applauso” dalle folle, Gesù ancora una volta ascolta il Padre e sceglie nuovamente di essere il Messia povero, debole, che accetta anche il fallimento umano della sua missione, il Messia preda delle sofferenze, del rigetto e della morte ignominiosa del maledetto sulla croce (cf. Gal 3,13). Questo è il Gesù che la chiesa e ciascuno di noi dobbiamo avere presente nel nostro vivere quotidiano, nella nostra lotta, nei nostri fallimenti, nelle nostre fragilità.
Ma ecco che improvvisamente il Gesù solitario e orante sulla montagna diventa il Gesù Signore sulle acque in tempesta. La barca dei discepoli, durante la traversata notturna del lago, si trova in mezzo alla tempesta, è sbattuta dalle onde a causa del forte vento contrario. Sembra una notte interminabile in cui i discepoli lottano contro i marosi, nel buio fitto e nella paura. Come non vedere in questa barca un’icona della comunità di Gesù, della Chiesa? I padri della Chiesa hanno sempre interpretato così questa barca lontana dalla riva e sbattuta dalle onde. In ogni ora della storia la barca dei discepoli di Gesù incrocia venti contrari e tempeste: non può essere diversamente in questo mondo, dove contro i discepoli di Gesù si scatenano spesso opposizioni, inimicizie, persecuzioni. Qualcuno dice che quello attuale è un tempo in cui “la barca si è riempita di acqua fino quasi a capovolgersi”, ed è vero; ma io direi che sempre, oggi come ieri, finché la barca non approderà alle rive del regno di Dio, sarà così. Il vero problema non sta nella tempesta ma nella paura di quanti sono sulla barca, perché la paura è segno di poca fede nel Signore il quale, anche se non è sulla barca, è tuttavia il Signore della terra e del mare, di tutta la storia che, nelle sue mani, resta e resterà storia di salvezza. Verso la fine della notte i discepoli sulla barca vedono qualcuno che cammina sulle acque venendo verso di loro; ma invece di cogliere in quella figura Gesù il Signore, pensano che sia un fantasma e hanno paura fino a gridare. Ma Gesù, stando sulle acque, li rassicura: “Coraggio, Io sono, non abbiate paura!”. Non è un fantasma che mette paura, ma è Gesù, Signore sugli abissi della morte, sui vortici e le prove della vita, che viene e chiede di sconfiggere la paura, di esercitare il coraggio e la fede, la fiducia. Ecco apparire sulle labbra di Gesù il Nome santo e glorioso di Dio rivelato a Mosè (cf. Es 3,14) e ripetuto dai profeti: “Io sono”.
Cari parrocchiani, Colui che sembra assente, in verità è presente più che mai, e la sua barca resta la sua barca, sia che Lui non vi sia sopra, sia che si trovi su di essa e dorma appoggiato a un cuscino (cf. Mc 4,37; Mt 8,24). E sempre, quando Gesù ci viene incontro, prima che discerniamo pienamente la sua presenza, ci dice: “Coraggio, non temete!”.

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